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PROGETTO LETTURA

Gli studenti dell’Ipseoa Ipsia Da Vinci incontrano Carmine Abate

“leggere i libri è una sfida”. Una semina che aspetta di essere raccolta da chiunque ne abbia voglia. Lo scrittore, di origine albanese, ha raccontato del suo rapporto con la lingua italiana, incontrata a scuola.

Accolto da studentesse e studenti in costume tradizionale arbereshe e castrovillarese, sulle note di canti tipici del Paese delle aquile, in omaggio a Carfizzi, suo luogo di origine, lo scrittore Carmine Abate ha presentato la sua ultima fatica letteraria, “L’olivo bianco”.

Un evento festoso, nella sede dell’Ipsia “Da Vinci”, resa possibile grazie alla realizzazione del “Progetto lettura”, evento al quale ha dato il via proprio il Dirigente Scolastico, Immacolata Cosentino. “Il libro – ha detto la dirigente – parla di radici. Anche quando si parte, si rimane sempre radicati alla propria terra”. “Scrivere un libro significa – ha aggiunto –esprimere sentimenti; chi legge il libro fa propri i sentimenti dell’autore e li amplia”. La parola è quindi passata a Carmine Abate, il quale ha voluto sottolineare, in apertura, la bella accoglienza ricevuta. “Sono stato insegnante per 35 anni e scrittore da quando ne avevo 16 – ha esordito Abate, e tra le cose più belle della mia attività rimane incontrare i ragazzi”. Secondo Abate, “leggere i libri è una sfida”, una semina che aspetta di essere raccolta da chiunque ne abbia voglia. Lo scrittore, di origine albanese, ha poi raccontato del suo rapporto con la lingua italiana, incontrata a scuola. “A partire dai sei anni, dunque – racconta Abate – ho imparato l’italiano, ma nei vicoli del paese ho continuato a parlare la lingua arbereshe, la “lingua del cuore”, la madre lingua”.

Lo scrittore ha poi condiviso con gli studenti il racconto di quando, a 16 anni, partì per la Germania e della ricerca del lavoro in fabbrica e nei cantieri stradali. “Ho sentito l’urgenza della scrittura, perché volevo denunciare – ha detto- l’ingiustizia dell’emigrazione”. Per Abate, infatti, “costringere qualcuno a lasciare la propria terra, è un’ingiustizia”. L’esempio del padre, impegnato sul lavoro fin dalle prime luci dell’alba, lo aveva spinto a scrivere, ma prima ancora a studiare, per costruire per se stesso un futuro migliore.

Un importante e significativo passaggio dell’evento è stato il racconto della nascita della sua passione per la lettura, in un casuale incontro con una biblioteca nella casa di un suo amico: “Il mio amico colse la meraviglia nei miei occhi davanti a quella distesa di libri illuminati da un raggio di sole e la gioia, quando mi disse che potevo toccarli”. “Ne presi due: “Lavorare stanca” di Cesare Pavese ed “Gente di Aspromonte” di Corrado Alvaro. Quest’ultimo fu importantissimo, perché capii la Calabria si poteva raccontare”.

A giudizio di Abate, “leggere vuol dire vivere tante vite”. “Attraverso un libro – ha dichiarato- ci si può appropriare della memoria di un luogo. Un libro è una finestra spalancata sul mondo”. Lo scrittore ha quindi esortato agli studenti di diventare dei lettori: “diventerete più ricchi e saprete affrontare meglio i problemi del mondo”.

Abate ha poi risposto alle domande dei ragazzi, molte delle quali hanno riguardato il tema dell’emigrazione, richiamando proprio i personaggi de “L’olivo bianco”. In risposta a chi gli ha chiesto cosa vuol dire essere un emigrato, lo scrittore ha raccontato di essere stato “costretto a partire per la Germania per necessità e di aver vissuto in prima persona le difficoltà degli emigrati”, soprattutto perché non riusciva ad integrarsi. “Poi un giorno – ha dichiarato- mentre insegnavo a ragazzi, figli di emigranti, ho avuto un’illuminazione, ovvero che l’emigrazione è negli occhi degli altri”. “Se per i tedeschi ero uno straniero, per gli stranieri che vivono in Germania ero un italiano, per gli italiani ero un “terrone”, per i calabresi ero un albanese. Quando poi tornavo al mio paese, ero un germanese”. “Ma io chi sono, dunque? – Ho capito, con il tempo, che sono italiano, calabrese, albanese, tedesco. Non è vero che sono uno sradicato, io ho più radici, più mondi, più culture. Io sono il risultato di più addizioni”. “Auguro a tutti voi – ha concluso- che possiate scegliere liberamente se restare o partire”.

Si è chiusa così una bella pagina di scuola, di quelle che vorremmo realizzare tutti i giorni, ed una bella lezione di vita, che ha contribuito sicuramente ad arricchire gli studenti sia dal punto di vista umano che culturale. Con la promessa di ritornare, Carmine Abate ha salutato studenti e docenti, complimentandosi per la partecipazione emotiva che hanno saputo trasmettergli.

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di Redazione

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